Documento di indirizzo tecnico-scientifico



 

Premessa

Da oltre venti anni il nostro Paese viene fatto oggetto di analisi e programmi che ruotano intorno alla necessità di un profondo e radicale cambiamento. Modernizzare l’Italia è stato lo slogan che ha attraversato tutte le epoche recenti della nostra vita politica, dalla parabola craxiana alla nascita della seconda Repubblica, dalla reiterata sfida tra i due poli di centrodestra e centrosinistra fino alla crisi del sistema politico che oggi stiamo vivendo.

Le motivazioni di questa spinta al cambiamento si sono evolute nel tempo: prima il superamento delle sclerosi ideologiche degli anni ’70, poi l’entrata nell’euro, infine la sfida della globalizzazione dei mercati. Ma il ritardo invece di diminuire è cresciuto, la distanza tra Nord e Sud è aumentata, la capacità di competizione e di sviluppo sembra essersi affievolita, non si è smesso – nonostante la recente ripresa economica – di parlare di declino del nostro sistema-Paese e di dissoluzione dello Stato-nazione.

È legittimo chiedersi se tutte queste difficoltà siano attribuibili solo a limiti strutturali della nostra comunità nazionale, al peso delle contraddizioni irrisolte che abbiamo ereditato dalla nostra storia o se, invece, non ci sia un problema di inadeguatezza al “caso italiano” nelle agende di riforma successivamente proposte. I modelli di sviluppo che hanno ispirato queste riforme erano realmente compatibili con la nostra identità nazionale? Queste domande rimandano ad un problema molto più generale che deriva dalle dinamiche della globalizzazione: lo sviluppo è uguale per ogni comunità nazionale e territoriale, la modernizzazione segue ovunque strade omologabili agli stessi standard e agli stessi modelli? Il “pensiero unico” che si presenta come ideologia della globalizzazione, pur non ignorando la diversità dei contesti storici e culturali, vede queste diversità come ostacoli da superare progressivamente per realizzare il modello di sviluppo uniforme funzionale al “mercato globale”.

La Fondazione Nuova Italia, al contrario, muove la propria ricerca culturale dalla convinzione che la modernizzazione possa e debba seguire strade diverse, modelli di sviluppo alternativi costruiti su diversi sistemi di valori e sul rispetto delle identità specifiche, che si manifestano nel riconoscimento della dignità della persona umana e dell’importanza delle diverse forme di appartenenza comunitaria. Il processo di modernizzazione deve seguire un progetto fondato sull’identità nazionale e sull’integrazione europea, valorizzando in nome del principio di sussidiarietà le appartenenze ed i “mondi vitali” che esistono all’interno della società civile, e aprendo al dialogo con gli altri popoli in nome dei principi di solidarietà e di reciprocità.

Ecco perché alla vigilia di una nuova fase di riforme che dovrebbero trasformare lo scenario economico e sociale italiano, è necessario alimentare un dibattito libero da ogni pregiudizio ideologico e da ogni contrapposizione settaria. Il cambiamento richiede a tutti sacrifici e superamento dell’interesse particolare, ma questi sacrifici non possono essere fondati sulla rinuncia all’identità e alle appartenenze. I gruppi intermedi possono essere spinti a superare ogni interesse “corporativo” in nome del bene comune, non essere sacrificati sull’altare del dirigismo politico e burocratico. I lavoratori possono abbandonare le vecchie forme di assistenza e di rigidità del mercato del lavoro, ma solo a fronte di una crescita di partecipazione e di democrazia economica. I territori e le comunità locali possono accettare di essere inseriti in un modello di sviluppo più vasto solo se il prezzo non è la devastazione e lo sradicamento.

Le imprese potranno offrire responsabilità sociale se otterranno libertà dalle burocrazie e riconoscimento della loro centralità nell’economia reale. Le famiglie possono affrancarsi dall’individualismo egoista e dal “familismo amorale” solo attraverso la consapevole appartenenza a comunità più ampie e la valorizzazione della solidarietà tra le generazioni. Le riforme di cui ha bisogno l’Italia nell’epoca della globalizzazione richiedono un maggiore rispetto delle regole del mercato e della concorrenza, una più netta consapevolezza delle compatibilità economiche e degli obblighi dell’appartenenza europea, un paragone più crudo tra i nostri modelli di solidarietà sociale e quelli dei paesi in via di sviluppo. Bisogna spazzare via ogni forma di rendita e di parassitismo, ogni monopolio ed ogni privilegio, soprattutto dei soggetti economicamente più forti. Ma tutto questo sarà possibile se altre forme di solidarietà sociale saranno messe in movimento, se il modello di sviluppo saprà trarre energia dall’identità delle persone, delle comunità e delle imprese.

L’autonomia della società civile, il principio di sussidiarietà, il riconoscimento del merito e della concorrenza, la democrazia come partecipazione politica e sociale, la cultura comunitaria e il rispetto per l’ambiente e il territorio, sono fondamentali per questo salto di paradigma. Abbiamo l’ardire di pensare che tutto questo valga particolarmente per l’Italia. Fuori da ogni nazionalismo chiuso e da ogni patriottismo retorico, siamo consapevoli dei caratteri “speciali” della nostra comunità nazionale. Punto di incontro tra civiltà diverse, frontiera fra il Nord e il Sud del mondo, paese della qualità del vivere e del produrre, patrimonio di storia, di arte e di paesaggio, sede della missione universale di Roma, la nostra Nazione può e deve immaginare un proprio autonomo ed originale modello di sviluppo. Con la consapevolezza che tutte queste virtù nascondono al proprio interno profonde fragilità e terribili contraddizioni.

La Fondazione Nuova Italia sarà quindi laboratorio di confronto trasversale, punto di incontro per un riformismo non conformista ed una modernizzazione identitaria. I poli politici e culturali si devono legittimare reciprocamente oltre l’alternanza dei governi in carica, i traguardi storici possono essere raggiunti con una mobilitazione comune, la politica potrà essere rigenerata solo dal superamento del settarismo partitico. Tutto questo senza consociativismo e trasformismo, senza cancellazione delle storie e delle appartenenze politiche, senza mettere in crisi il bipolarismo che fonda tutte le democrazie occidentali. La consapevolezza dell’identità e l’apertura al prossimo non sono necessariamente termini contrapposti, ma possono essere modi di essere complementari ed integrati. È chiuso ed aggressivo chi è debole nelle proprie radici. Questo vale per gli individui e per i popoli, ma anche per i gruppi sociali e i movimenti politici.

 

L’identità italiana fra Europa e Mediterraneo

Gli italiani si stanno affacciando al III Millennio e si chiedono se e in che misura si potrà rimanere, appunto, “italiani”: che senso ha ed avrà il definirsi ancora tali, su quali fondamenti il dirsi tali si poggia, quali valori comporta, che tipo di rapporto esso implica tra storia, realtà presente e prospettive future. Appare evidente che, in un mondo in rapido mutamento, si debba anzitutto far chiarezza su quali siano i connotati culturali da “traghettare” sulla sponda del futuro e quali invece gli elementi nei confronti dei quali attivare una rigorosa selezione. In altri termini, la considerazione consapevole e rispettosa del nostro passato non deve dar luogo ad alcuna “superstizione della memoria” in quanto tale. Non si può salvaguardare la memoria (né individuale, né comunitaria) nella sua totalità, come “somma dell’accaduto”, né accettarla deterministicamente per quello che appare nel suo complesso.

La memoria storica è un atto di selezione gerarchica e di volontà, sancito in funzione di un disegno che guarda al futuro: le nostre radici più autentiche, in quanto vissute e compartecipate, stanno non già nello Ieri, bensì nel Domani. Com’è stato detto, si è nazione solo se, quando e nella misura in cui si vuol esser tale. L’identità italiana si definisce attraverso il peso del passato storico, i condizionamenti materiali e ambientali, la volontà delle persone e dei gruppi che hanno contribuito a creare la comunità nazionale e a radicarne l’autocoscienza, le prospettive determinate dalla “sfida” del presente.

È necessario anzitutto aver precisa coscienza che tutte le forme identitarie (da quella individuale a quelle comunitarie, societarie, nazionali, linguistiche, sociali, produttivistiche, generazionali, religiose, culturali e via discorrendo) sono per loro natura imperfette e dinamiche. Ciascuno di noi – a seconda del suo luogo d’origine, delle sue radici familiari, del suo livello socioeconomico e culturale, della sua professione, della sua fede religiosa o dell’assenza di essa, della fascia d’età, del sesso cui appartiene – è portatore di una “identità” diversa da quella di tutti gli altri. Il “riconoscersi” nell’ambito di una “identità italiana” significa pertanto individuare, nella stratificazione identitaria che ci distingue dagli altri, ma che al tempo stesso ad essi ci collega, un livello che noi riteniamo qualificante e in qualche modo primario: una misura privilegiata alla luce della quale ordinare le altre misure possibili. L’identità italiana non va confusa né con quella italica, né con quella italofona.

Non si è italiani solo perché si è nati all’interno dei confini (le Alpi e le sponde marittime) del promontorio del continente europeo aggettante in direzione nord-ovest/sud-est verso il Vicino Oriente e l’Africa settentrionale, né perché si appartiene a una composita popolazione d’origine principalmente indoeuropea qualificata ordinariamente appunto come “italica” (ricca peraltro di altri apporti, dall’etrusco all’ellenico al celtico al germanico all’illirico, fino all’uraloaltaico e al semitico, prima fenicio, quindi arabo e anche ebraico), né perché si parla un idioma neolatino vivo forse, con molte varianti, fin dalla Tarda antichità e canonizzatosi solo tra XVI e XIX secolo, salve le varianti dialettali, argotiche e gergali. Il processo storico di “nascita della nazione” italiana moderna, impostosi tra XVII e XIX secolo come processo di unità nazionale e statuale, non può naturalmente venir né ignorato, né sottovalutato: ma neppure venir considerato acriticamente e deterministicamente, come “buono nella misura in cui è accaduto” e “accaduto in quanto buono”.

Tale processo difatti, voluto e determinato da precise forze storiche in conflitto con altre e culminato in una scelta “unitaria” e “centralistica” di segno giacobino-bonapartista, si è costruito in intenso rapporto dialettico con una tradizione viva nella Penisola che, fin dalle differenti fasi della conquista romana (secc. IV-I a.C.), ha dato vita a una realtà policentrica di aree urbane, municipali e regionali e a una complessa rete di realtà culturali e di tradizioni simili ma diverse. Questo “mosaico” etno-culturale ha resistito alle differenti forme di “normalizzazione” imperiale, vescovile e statuale, alle invasioni e alle influenze esterne che, anzi, le hanno apportato ciascuna un suo specifico contributo. La differenza, la pluralità, il policentrismo, perfino la sia pur moderata eterogeneità (pensiamo alle nostre “minoranze etnolinguistiche”: ricchezza anch’esse, non “corpo estraneo” o intralcio) sono quindi i “caratteri originali” dell’identità italiana.

Lungi da qualunque astratta e preconcetta volontà “normalizzatrice”, compito di chi voglia radicare, rafforzare e approfondire tale identità è non già il dissimularli e il reprimerli, bensì il valorizzarli sviluppando quelli che si sono conservati e magari riscoprendo e “restaurando” quelli che si sono andati evanendo o frammentando. “Caratteri originali”da riconoscersi nella “grande” storia civile, letteraria, artistica e socioeconomica, ma anche nel “quotidiano” della produzione agricola ed artigiana, dell’originalità degli impianti manifatturieri e industriali, dei gusti, della vita materiale. Altri paesi europei hanno trovato ciascuno la loro “età imperiale” nella forza delle armi e delle istituzioni, in questo o in quel secolo; gli italiani hanno sviluppato la loro “Volontà di Potenza” nel loro genio di letterati, di artisti, di musicisti, di uomini di teatro, di mercanti, di diplomatici. Nel “Gran Secolo” fra Cinque e Seicento – quando Europa e Mediterraneo erano signoreggiati dai francesi e dagli spagnoli (nonché dai turchi) e gli Oceani dagli spagnoli e dagli inglesi – nelle corti, nelle cancellerie diplomatiche, nei giardini, negli atélier architettonici e artistici, nei teatri, nei giardini e nei porti si parlava italiano, si scriveva italiano, si dipingeva italiano, si suonava e si cantava italiano. Questo è il nostro Imperialismo, quello che abbiamo donato all’Europa e al mondo; così come, due o tre secoli più tardi, la nostra vitalità demografica ha donato le nostre povere eccedenze di popolazione in cerca di fortuna al resto d’Europa e alla Grande America.

L’identità italiana è riconoscibile anche negli artisti italiani dell’età manieristica che hanno contribuito a fondare il Rinascimento dalla Spagna alla Francia alla Germania e negli immigranti che, pur senza goderne se non le povere briciole, hanno contribuito potentemente a fondare le basi del primato dell’Occidente sul mondo. Partendo dalle basi del nostro policentrismo culturale e istituzionale e dal nostro contributo alla civiltà euromediterranea e occidentale, l’identità italiana potrà confrontarsi con quelle, più ampie, nelle quali essa appunto “imperfettamente”, dinamicamente e liberamente si riconosce, e che si possono scandire nei tre livelli (senza dubbio interferenti, anzi in una qualche parte coincidenti fra loro) dell’identità europea, mediterranea ed occidentale.

Nessuno dei quali va dimenticato e nessuno dei quali va pregiudizialmente ritenuto primario o determinante. Ma questa realtà concretizzatasi negli ultimi due-tre secoli, tra fallimenti e false partenze, è stata a sua volta soggetta a un vorticoso processo di modernizzazione e deve ora affrontare i temi, in aggirabili, del rapporto con la “globalizzazione” (dal quale discende anche un suo sostanziale mutamento in termini etno-culturali, l’accoglienza di”nuovi compatrioti” o addirittura di extracomunitari che tali dovranno divenire, apportandoci nuovi elementi culturali e assorbendo i nostri) e quindi con le necessarie riforme sia istituzionali, sia strutturali. Questa la nuova sfida, inevitabile, dinanzi alla quale non si può fuggire. Tradizione e rinnovamento debbono qui andare di pari passo: perché la tradizione non è tale se non è viva, se non si rinnova. Qui dev’esser chiaro che non solo il nostro futuro è radicato nel nostro passato, ma che è altrettanto vero il reciproco. Disegnare il nostro futuro significa non arrendersi agli opposti determinismi dell’assimilazionismo o del multiculturalismo, bensì avere l’aperta, generosa, energica e coraggiosa fantasia di chi accetta una sfida che comporta una preziosa posta in palio: la costruzione di nuove sintesi. L’Italia appartiene, e soprattutto apparterrà, a chi l’ama e abbia imparato ad amarla.

 

La crisi della globalizzazione

Questa “riflessione identitaria” sulla nostra comunità nazionale si colloca in un momento che non è azzardato definire di “crisi della globalizzazione”. Contrariamente a quanto sembra pensare la stragrande maggioranza dei politici, dei giornalisti economici e degli accademici di casa nostra, l’attuale dibattito sugli esiti delle due globalizzazioni, quella finanziaria e quella economica, non avviene ormai fra sostenitori del loro fallimento e sostenitori del loro successo, ma verte in via pressoché esclusiva sulle ragioni di un insuccesso che quasi più nessuno cerca di negare. Da Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia, economista della Columbia University, ex consigliere economico del Presidente Clinton, ma soprattutto ex vice presidente anziano della Banca Mondiale dal 1997 al 2000) a Kenneth Rogoff ( economista della Harvard University, ex direttore del centro ricerche del Fondo Monetario Internazionale), da Robin Broad (docente di programmi internazionali di sviluppo alla American University di Washington) a Dani Rodrik (economista della Harvard University) tutti concordano sul fatto che l’agenda riformatrice del Washington Consensus e la globalizzazione finanziaria non hanno funzionato come si pensava e che oggi nessuno crede più in quella agenda riformatrice.

Sempre più studiosi si riconoscono nel quesito: cosa sostituire a questo modello? Quali vie alternative percorrere? Le ragioni di questo generalizzato atteggiamento sono chiare, molteplici e – spiace dirlo – spesso dolorose in termini di costi economici e sociali. Il mondo uscito dal secondo conflitto mondiale, al di là delle periodiche difficoltà provocate dalle fluttuazioni nei cambi, è stato capace di conseguire importanti successi sul piano economico e dello sviluppo (ricostruzione dell’Europa, piano Marshall, boom del capitalismo giapponese, boom italiano degli anni ’50 e ’60, ecc.), a fronte di un ruolo centrale della politica, legato soprattutto alle implicazioni dell’esistenza di una politica dei blocchi. Quest’ ultima, al di là delle molte problematiche legate alla decolonizzazione, ha anzi contribuito a favorire significativi sviluppi in paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, poiché entrambi i fronti contrapposti erano spinti a garantirsi influenza (ma quindi anche ad offrire risorse e opportunità commerciali) nelle più diverse parti del mondo e in ogni continente.

Al contrario l’economia globale determinata dalla liberalizzazione dei flussi di capitale e dalla centralità assunta da Banca mondiale e Fmi nel regolarne i flussi verso i cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, appare invece come il luogo di una economia che si vorrebbe globalizzata, ma il cui status reale appare quantomeno controverso e la cui cifra “politica” è una diffusa scarsità di governance, anzi un incitamento alla diminuzione della governance, affidando il concretizzarsi di esiti positivi sotto il profilo economico (crescita produttiva, sviluppo dei consumi, aumento del reddito pro capite) alle intrinseche virtù di un grande mercato autoregolato. Privatizzare, liberalizzare, deregolamentare, abbattere barriere. Ecco la magica formula che secondo i teorici delle virtù della globalizzazione avrebbe dovuto portare maggiore benessere per tutti sull’intero pianeta. Con la codifica sempre nel 1990 da parte di John Williamson del cosiddetto Washington Consensus (l’agenda riformista che doveva portare prosperità e progresso ai paesi ex socialisti dopo la caduta del muro di Berlino e a quelli in via di sviluppo del cosiddetto Terzo Mondo) si apre un ciclo fondato su una serie di semplici e rigorose convinzioni, da cui discendono altrettante regole: smantellare le imprese pubbliche, ridurre l’inflazione, aprirsi al commercio mondiale, privatizzare il privatizzabile, attirare capitali.

Queste regole diventano anzi le forche caudine attraverso le quali debbono necessariamente passare i paesi in via di sviluppo che vogliono accedere a prestiti della Banca mondiale o del Fmi. La certezza nelle implicazioni virtuose di questa agenda è tale che per favorire la integrazione globale dei mercati, con l’abbattimento di qualunque barriera tariffaria, nel 1995 – mandando in soffitta dopo 48 anni di onorato servizio il Gatt – viene creato il Wto (in italiano Organizzazione mondiale del commercio) sulla base del trattato di Marrakesh sottoscritto l’anno prima. Dal coincidente inizio della globalizzazione finanziaria (totale liberalizzazione dei flussi di capitali) e di quella economica (stesura del Washington Consensus) nel 1990, sono passati appena 17 anni.

Uno sguardo realistico al contesto internazionale, ci obbliga a confrontarci con tre grandi problemi: a) il perdurante e pervasivo predominio di un economicismo abituato a misurare ogni cosa solo con l’indicatore del Pil, senza riuscire a quantificare gli altri parametri che misurano la “qualità della vita” nei diversi sistemi economici; b) una crisi mondiale di sovrapproduzione, collegata ad un consumo crescente di risorse energetiche e relativo impatto ambientale: ha suscitato impressione il fatto che il neo–presidente francese Nicolas Sarkozy, non certo sospettabile di sudditanza di fronte all’integralismo ambientalista, abbia inserito tra le priorità del suo programma la lotta globale al cambiamento climatico connesso al riscaldamento del pianeta; c) un enorme numero di Paesi, dall’Africa alle Americhe, dall’Asia all’ Oceania, in condizioni di oggettivo sottosviluppo, con gravi implicazioni sulla salute e sul benessere delle relative popolazioni. Questo implica di avviare specifiche linee di ricerca su almeno cinque questioni di fondamentale importanza: 1) come il sistema economico mondiale stia cercando di ovviare al fallimento del Wto e del mercato unico globale, attraverso accordi bilaterali e aree di libero scambio; 2) cosa davvero possa riservarci nel prossimo futuro la Cina, soprattutto considerando il rapporto di simbiosi che la lega agli Stati Uniti sotto il profilo economico; 3) quale sia l’effettivo stato della partita planetaria per le risorse energetiche; 4) quale sia il ruolo futuro degli Usa nello scenario globale, in relazione anche alla minaccia del terrorismo fondamentalista e alla crisi del multilateralismo; 5) quale sia l’effettivo stato di crisi della Ue, dopo l’allargamento a 27 e quali siano le opzioni per l’integrazione europea. Tracciato questo quadro, potremo sviluppare attività di analisi e di approfondimento non velleitarie sul “modello italiano”, ovvero su un modello di sviluppo realmente costruito sulla valorizzazione della nostra identità nazionale e sulla collocazione geo-politica del nostro Paese.

 

Il modello economico – sociale

Qualunque serio approccio al tema delle politiche economiche e sociali, non può che prendere le mosse dal presupposto della centralità delle P.M.I. quale motore dello sviluppo economico italiano, anche in considerazione del fatto che ad esso vanno ricondotti: · il settore agricolo, il quale deve evolvere verso una imprenditoria diffusa di carattere agroalimentare che deve essere sempre più incisiva nella produzione di bioenergie; · l’articolato comparto del terziario, per lo sviluppo dei servizi richiesti dalle imprese sia tradizionali che nuovi (ed è soprattutto a questi ultimi che bisogna puntare, attraverso il potenziamento del “capitale umano”). È l’imprenditoria diffusa, quindi, il cuore sostanziale della produzione di ricchezza e l’obbiettivo fondamentale resta l’accrescimento della ricchezza reale, l’apriori da cui derivano lo sviluppo dell’economia e le condizioni di prosperità di vita, nella logica rigorosa del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, nonché i flussi fiscali di entrate a fronte sia dei servizi pubblici, sia dell’obbiettivo di una riduzione strutturale del peso fiscale unitario.

Per agire efficacemente sulla produzione (versante dell’ offerta), occorre prioritariamente agire sulla domanda. Quindi: · da un lato, operare per l’accrescimento della qualificazione della domanda, sia pubblica che privata, quale indispensabile traino della crescita industriale tecnologicamente avanzata; · dall’altro operare per la corrispondente qualificazione delle produzioni, mediante: – l’introduzione delle nuove tecnologie; – lo sviluppo delle “nicchie di eccellenza” per il superamento della sfida della globalizzazione; – il potenziamento del made in Italy anche attraverso l’efficace contrasto della contraffazione, per la difesa ed il recupero di quote di mercato mondiale; Ciò comporta lo sviluppo e la più ampia applicazione delle nuove tecnologie, frutto di sistematiche politiche di sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica e la qualificazione e tutela delle produzioni italiane, attraverso nuove brevettazioni e nuovi marchi; inoltre comporta lo sviluppo di nuovi servizi per le imprese che – a loro volta – andranno a costituire nuove frontiere occupazionali per i giovani. In ogni caso occorre parallelamente agire sullo snellimento amministrativo e delle procedure.

Solo così si genereranno le condizioni per un reale e costante accrescimento del Pil, in un complessivo circuito virtuoso. I dati macroeconomici italiani – e il livello raggiunto dalle entrate pubbliche – dimostrano inequivocabilmente che l’Italia ha agganciato il trend di crescita che caratterizza l’Europa e che il nostro sistema produttivo ha ricominciato a creare ricchezza. Una prima conferma viene dai dati dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sulla crescita nel 2006 e in particolare nell’ultimo trimestre, che ci raffigurano plasticamente un sistema produttivo in corsa e avviato a eguagliare le migliori performance dei paesi sviluppati. Secondo le stime dell’ Ocse la nostra economia è cresciuta da ottobre a dicembre 2006 dell’ 1,1% cioè più della media Ocse, il che ne fa il secondo paese per crescita nel gruppo del G7 alle spalle del solo Giappone, cresciuto dell’ 1,2%. Il nostro Pil ha registrato la maggiore crescita degli ultimi sette anni e nell’arco dell’intero 2006 è aumentato del 1,9%, pur contro il 3,3% della zona Ocse e dell’ eurozona e contro il 3% del G7. Questi dati hanno trovato puntuale conforma nelle stime dell’Istat in materia di indici del fatturato e degli ordinativi dell’Industria (vedi le stime su gennaio 2007 diffuse il 20 marzo ) e sono stati confermati dal Centro studi Confindustria – che nella propria “Indagine rapida sulla produzione Industriale di Febbraio 2007” parla di una crescita della produzione industriale del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2006, con una crescita dello 0,4% anche sul solo mese precedente e di un incremento tendenziale del flusso di nuovi ordinativi acquisiti dalle aziende industriali che lavorano su commessa pari al 3,5%.

La natura tendenziale di questo andamento economico ha trovato sostanziale conferma nei dati Istat (Indici del Fatturato e degli Ordinativi dell’Industria) su febbraio 2007, diffusi il 19 aprile e in quelli del Centro Studi di Confindustria su marzo 2007 diffusi il 26 marzo. Questi ultimi, in particolare, a conferma della natura non episodica dei flussi di crescita, hanno registrato un incremento dello 05,% in più della produzione industriale fra febbraio 2007 e marzo 2007. Che cosa è successo, esattamente? È successo che si è innescato un meccanismo di crescita sì di natura strutturale (legato alla autoriforma del sistema imprenditoriale italiano, soprattutto delle medie imprese), ma anche di taglio squisitamente minoritario, opera di una avanguardia che rischia di concentrarsi solo sul proprio prospero futuro, lasciando il resto del paese al palo, zavorrato da un apparato pubblico pervaso di spirito impiegatizio, da un terziario incapace di rinnovarsi e da un sistema politico incapace di investire sulle risorse umane, sull’istruzione, sull’ eccellenza formativa, sulla ricerca e sulla innovazione. Stiamo parlando di oltre 4.000 imprese che sfuggono in larga misura ai dati sul Pil (che si fondano sostanzialmente sulla domanda interna) perché sono ultrainternazionalizzate, ma che ne producono comunque ormai un terzo e che danno lavoro ad almeno 600.000 persone; in 10 anni il valore aggiunto delle loro produzioni è aumentato del 42%, mentre quello dei grandi gruppi industriali è calato mediamente del 3%. Il loro fatturato negli ultimi 5 anni è cresciuto del 40% e le esportazioni del 49%, come attestano gli uffici studi di Mediobanca e di Unioncamere.

Sono il cosiddetto “quarto capitalismo” cui si deve principalmente il boom delle entrate fiscali di fine 2006/inizio 2007 e il significativo rilancio delle esportazioni italiane verso il mercato globale. Sono le imprese internazionalizzate, alle quali possiamo assimilare qualche gruppo – pubblico e privato – di grandi dimensioni (in primo luogo l’Eni e Finmeccanica, poi gruppi privati come Luxottica) ma il cui nerbo è costituito dalle Medglob (quelle che sui mercati internazionali vengono definite mid-cap): aziende con un numero di dipendenti generalmente compreso fra 250 e 500, i cui prodotti incorporano un grande valore aggiunto attraverso il brand e l’innovazione di servizio, oltre che di prodotto e di processo. Aziende che investono in Ricerca & Sviluppo quote dei ricavi impensabili, se paragonate con la media nazionale.

Capire questo fenomeno e valutarne la espandibilità sul piano nazionale e internazionale se supportata da adeguate politiche di governance di sistema (infrastrutture, reti di trasporto, abbattimento dei costi dell’energia, sburocratizzazione e semplificazione amministrativa, sgravi fiscali sugli investimenti, una unitaria diplomazia commerciale di supporto al made in Italy) è la grande sfida dell’immediato futuro. Si tratta di un arcipelago di aziende in cui il successo dipende dal “modello” e non dal “prodotto” o dal settore merceologico, come dimostra il fatto che coprono quasi tutti i settori produttivi esistenti: dalla cantieristica all’assemblaggio di autovetture di nicchia, dalle gru ai cinturini per orologi, dai cancelli elettrici ai cartoni animati, dalla minuteria metallica alla chimica, dall’alimentare alla metalsiderurgia, dalla meccanica ai beni per la casa, dai macchinari utensili alla impiantistica, dalle tecnologie laser alle nanotecnologie. Le loro caratteristiche fanno sì che queste imprese siano in grado di conseguire risultati e crescita per sé (e solo di riflesso per il “sistema Paese”) da sole, senza alcuna necessità di una politica industriale, di incentivi o di agevolazioni, scegliendo sul mercato mondiale il contesto più favorevole al proprio operare. Va inoltre tenuto presente che la quasi totalità della ricchezza attivata dal sistema agricolo è riconducibile a una minoranza di imprese dinamiche, innovative e per oltre il 30% anche internazionalizzate, capaci di innovare processi e prodotti e di condurre efficaci politiche market driven, che si sono dimostrate capaci di attivare processi anticiclici (cioè di crescita sostenuta), in anni non certo facili sotto il profilo dello sviluppo. Fra queste almeno 167.000 sono a tal punto efficaci e vincenti da essere definite nel recentissimo rapporto del Censis sull’impresa agricola (marzo 2007) delle vere e proprie trend setter: dei campioni del cambiamento, il che dimostra che l’agricoltura italiana può vantare al proprio interno un nucleo solido e vitale di imprenditori la cui attività testimonia una cultura moderna del fare azienda. La cosa è tutt’altro che irrilevante se si considera che secondo le stime ufficiali, l’agricoltura italiana genera il 2,2% del valore aggiunto totale: una cifra in assoluto modesta, ma che ci pone comunque largamente al di sopra della media dell’Unione Europea a 25 e davanti a Paesi ad alta vocazione e tradizione agricola, come la Francia, che arriva a fatica all’ 1,9%.

E tuttavia la Francia precede altri paesi quali Olanda (1,7%), Austria (1,2%) e Germania (0,9%). Detto questo, l’effettivo impatto del comparto agricolo primario sul valore aggiunto finale e più in generale sul sistema economico nazionale si colloca certamente a una soglia ben superiore al 2,2% ufficiale, se si considera che oggi come oggi – come annota il Censis – “l’agricoltura è una filiera complessa e multifunzionale in cui la compenetrazione di attività diverse diviene sempre più intensa”. Se la politica sapesse attivarsi per trasformare anche l’Italia in un contesto favorevole, la ampia riproducibilità del modello che le nostre aziende internazionalizzate rappresentano consentirebbe di estendere alla intera nazione le enormi opportunità da esse incorporate e permetterebbe a quest’ultima di esprimere sino in fondo le proprie potenzialità. Il XXI secolo potrebbe essere quello del “modello italiano” a patto che sapessimo attuarlo pienamente in casa nostra.

 

Riforma del welfare

Il Welfare State, così come si è affermato nei Paesi dell’Europa Occidentale soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, si fonda su una concezione innovativa del concetto di cittadinanza, in virtù del quale l’appartenenza a uno Stato, garantisce al cittadino non solo la tradizionale tutela verso i pericoli esterni e il mantenimento dell’ordine e della sicurezza interna, ma anche una speciale e sempre più articolata tutela nei confronti dei cosiddetti “pericoli sociali”: malattie, vecchiaia, disoccupazione, assenza di istruzione e via dicendo. Ne è disceso un modello di Stato – lo “Stato Sociale” appunto – in cui un potere statuale “paternalista” distribuisce sicurezze e prebende ai suoi cittadini, a patto che in questo concetto di cittadinanza si esaurisca la natura e l’agire dei cittadini stessi. Un potere benefico cala dall’alto sui propri amministrati servizi, assistenza e risorse aggiuntive, a garanzia del loro benessere, in cambio del loro esaurirsi nel proprio ruolo di “cittadini”.

Al di là degli indubbi risultati ottenuti sul piano pratico dalla applicazione di questo modello, specie nel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’80, non c’è dubbio che esso sia oggi in crisi profonda, già da prima della caduta del muro di Berlino. È una crisi denunciata da più parti che nasce soprattutto da due macroquestioni: a) da un lato la sproporzione fra risorse economiche disponibili e costo per il mantenimento dello Stato Sociale ai suoi attuali livelli, con particolare criticità del settore previdenziale (anche a causa di crescenti squilibri demografici fra contribuenti attivi e passivi) e di quello sanitario e della assistenza sociale; b) dall’altro la non riducibilità dell’attuale concetto di benessere a un mero calcolo economico: ormai nelle evolute società dell’Europa Occidentale, più e oltre che di benessere si deve parlare di “qualità della vita”, un qualcosa che è entrato a fare parte dei “diritti fondamentali” e che non si riduce a un ammontare di risorse economiche rese disponibili, ma implica “valori immateriali”, quali la possibilità di scelta delle persone, la salubrità dell’ambiente, la libertà d’istruzione… Come dice Amartya Sen, è ora di sostituire al welfare – fondato solo sul reddito – il well-being, di cui il reddito è solo una componente.

La risposta a questa crisi ormai manifesta, può consistere nel ripensamento della stessa geometria verticale che caratterizza il precedentemente indicato rapporto fra istituzioni e cittadino? Occorre pensare a un diverso concetto di cittadinanza, fondato sul principio di sussidiarietà? Bisogna uscire dalla logica dello Stato che “elargisce dall’alto”, dando alle persone credito crescente di sapere stabilire in modo autonomo in che consista il loro benessere e dando loro sempre più agio di porre in essere strategie personalizzate di soddisfacimento dei propri bisogni? Insomma, al Welfare State, alla concezione basata sull’asse individuo-Stato, va sostituita la Welfare Community, la comunità sussidiaria, caratterizzata dal primato della persona nell’ambito della comunità politica (rispetto a qualunque istituzione) e dalla convinzione che l’uomo detenga in quanto tale dei diritti inalienabili (alla libertà, alla scelta, all’istruzione dei figli, alla vita) che vengono prima dello Stato e ne costituiscono il fondamento stesso? Ecco una serie di domande cui vogliamo offrire una risposta.

 

Agricoltura e Ambiente

La Fondazione Nuova Italia guarda alla agricoltura nella sua moderna accezione di settore multifunzionale e, in particolare, intende concentrarsi sul ruolo che l’agricoltura è in grado di svolgere ai fini dello sviluppo dei sistemi socio economici territoriali. In questo senso, l’obiettivo è quello di definire un modello di sviluppo e, quindi, anche di declinare degli obiettivi e degli strumenti di politica economica in grado di fornire risposte credibili e praticabili rispetto alle sfide di crescente competitività, attualmente, poste dalla globalizzazione. È noto che nel momento in cui – come, purtroppo, sta accadendo – si ragiona solo in termini di competitività in base ai costi di produzione si finisce per creare situazioni dagli effetti potenzialmente devastanti a livello sociale.

Un sistema come l’attuale che, di fatto, tende a privilegiare solo le situazioni più competitive nel senso suddetto, comporta, infatti, non solo di determinare la progressiva emarginazione di tutti coloro che, in tal modo, non sono in grado di competere, ma anche di avallare tutti quei comportamenti che determinano il tipo di competitività che si va a privilegiare. Il che, di converso, significa porre in pericolo tutto il sistema di diritti che, nella gran parte dei casi, determina la minore competitività di certi sistemi socio economici (ad esempio: i diritti d’impresa; di lavoro, di salute; di sovranità e di sicurezza alimentare, di salvaguardia delle risorse naturali ed ambientali…). Tale problema, sebbene riguardi l’intero sistema socio-economico nazionale, trova, in questa fase, la sua rappresentazione più evidente ed immediata in agricoltura che, pertanto, diviene anche il settore, in riferimento al quale è “più facile” aprire e sostenere un dibattito riguardo alla possibilità di proporre modelli di sviluppo alternativi rispetto a quelli imposti dalla globalizzazione. In questo senso, la centralità dell’agricoltura e la “facilità” di poter partire da essa per sviluppare una serie di ragionamenti in merito a più ampie considerazioni di carattere socio-economico è una opportunità da non perdere.

Se è vero, come è vero, che la ricerca di un modello di sviluppo che consenta al nostro sistema socio- economico di trovare una dimensione propria rispetto ai problemi posti dalla globalizzazione è uno dei temi cruciali per il futuro della Nazione si dovrà, ad esempio, considerare che: 1) la questione del commercio agricolo è, dal 1986, al centro dei negoziati multilaterali svoltisi, dapprima, in sede Gatt e, adesso, in sede Wto; 2) la quota di bilancio comunitario destinata all’agricoltura è un tema di fondamentale importanza ai fini dello sviluppo delle politiche comuni diverse da quella agricola e, quindi, anche del “futuro politico” della Ue; 3) l’80% dei territori della Ue sono classificati come rurali e, pertanto, sono fortemente caratterizzati dalla presenza dell’agricoltura anche quando questa – come peraltro quasi sempre accade – non svolge un ruolo trainante dal punto di vista strettamente economico.

La linea di faglia su cui concentrarsi e quella riassumibile nel tema “agricoltura e sviluppo territoriale”, che consentirà alla Fondazione di inserirsi in un dibattito, peraltro, già aperto, sia su quelli che dovranno essere i modelli di sviluppo coerenti con le esigenze e le caratteristiche dei nostri territori, sia sulle implicazioni economiche, sociali, giuridiche ed ambientali legate alla conservazione ed allo sviluppo di un corretto rapporto tra agricoltura e territorio, tenendo nel dovuto conto la crisi strutturale che caratterizza l’agricoltura italiana nel contesto della stessa Ue, come attesta un calo medio del reddito agricolo del 10% dal 2000 al 2006, a fronte di un incremento dello stesso del 20% in Germania e del 24% in Gran Bretagna nel medesimo periodo e di un calo contenuto del reddito agricolo della Francia che non va oltre il 5%. Una crisi che ha certamente una parte importante di spiegazione nelle dimensioni eccessivamente ridotte delle nostre aziende agricole, ma non solo.

 

La sicurezza come condizione per la crescita

Ogni concezione della giustizia, ogni concezione della legge e del diritto, ogni concezione del diritto processuale dipende, nella sua struttura fondamentale, dall’idea che si ha del rapporto tra comunità ed individuo. Vi è altresì un ulteriore nucleo nel dibattito sulla giustizia che occorre tener presente: la certezza che non possiamo sottrarci nella nostra analisi e riflessione, all’indagine su come governare la modernità nel campo giuridico anche attraverso il completo recepimento dei principi – ex art. 111 Cost. – del giusto processo e della sua ragionevole durata. Una elaborazione organica al riguardo non può prescindere dall’analisi delle strutture, dei meccanismi e dei soggetti. Al riguardo, però, dobbiamo evidenziare la assoluta mancanza di visione politica complessiva del problema della necessaria modernizzazione della giustizia attraverso una politica della giustizia realmente riformista che tenga cioè conto delle strutture, come dei meccanismi e riti processuali come dei profili ordinamentali. Occorre, dunque, riflettere compiutamente sulla funzione giurisdizionale, sui soggetti interessati ed investiti della funzione ma anche del rapporto tra funzione giurisdizionale e le altre funzioni “ governanti”.

La funzione giurisdizionale come esplicazione non più di un terzo potere ma di un potere terzo, espressione della comunità nazionale. Viviamo in un Paese dove il tasso di criminalità in alcune zone ha ormai superato i livelli di guardia. Basti pensare a quello che succede in Campania, dove si assiste ad una vera e propria mattanza, con centinaia di morti ammazzati, che dimostra come sia in corso una cruenta e spaventosa lotta fra gruppi camorristici diversi, che tendono ad assicurarsi il dominio del territorio. A poco valgono gli sforzi che quotidianamente gli appartenenti alle Forze dell’Ordine profondono per cercare di arginare questo preoccupante fenomeno. Alla base di esso si trova uno strutturato e complesso sistema di relazioni e condotte illegali che vedono molto spesso collegati membri dell’ambiente criminale con pezzi delle Istituzioni ed individui del sistema legale, tanto da risultare parte integrante della vita sociale, politica, amministrativa ed economica dello stesso Paese.

Accanto ad una economia legale, esiste infatti una vera e propria economia illegale dominante, gestita da organizzazioni mafiose che impongono i loro prodotti, senza dubbio più vantaggiosi per l’assoluta mancanza di vincoli ed inosservanza delle leggi, ma molte volte strumenti di morte, come la droga e le armi. Fenomeni altrettanto diffusi sono anche il riciclaggio del denaro sporco e dell’usura, quest’ultima molto presente in quelle zone del Sud, dove esiste una maggiore povertà ed in alcuni casi un insopprimibile esigenza di procurarsi anche beni di prima necessità o gestire attività, che costituiscono l’unica risorsa per le famiglie che le esercitano. Da qui, tutta una serie di attività criminose che coinvolgono interi settori della vita quotidiana e che fanno presa soprattutto sui giovani, molto spesso senza lavoro o ubicati in zone dove il tessuto mafioso ha larghissima penetrazione ed estensione. Occorre che lo Stato si riappropri del territorio, che distribuisca ai giovani nuovi modelli di vita, che crei ed organizzi posti di lavoro, che adotti misure di prevenzione piuttosto che di repressione. Non servono nuove leggi; questo è il Paese dove esiste il più alto numero di provvedimenti legislativi, oltre duecentomila; occorre invece che le Leggi siano applicate, è necessaria la certezza della pena.

Serve soprattutto una riforma profonda del sistema giustizia: non si può delinquere sapendo poi di farla franca, perché tra la lentezza dei procedimenti giudiziari, eventuali indulti od altre misure agevolative, la pena non viene mai scontata per intero. In materia di sicurezza la Fondazione Nuova Italia si propone di porre allo studio e suggerire misure che diano attuazione pratica ed immediata alle norme vigenti, che eliminino quelle non più efficienti, che ridiano sicurezza ai cittadini, in modo che questi possano riacquistare la fiducia nello Stato attraverso la cultura della legalità e la definitiva messa al bando della criminalità. Per fare questo e per evitare di dare alla gente solo proclami, è necessario che lo Stato dia dei segnali forti nel campo del lavoro, delle riforme (della Giustizia in primo luogo), faccia realmente sentire la sua presenza accanto ed a difesa del cittadino, scuota le coscienze in molti casi rassegnate dinanzi a fenomeni perversi.

 

La costituzione italiana e la riforma possibile

Il referendum costituzionale del giugno 2006 ha segnato un duro colpo al movimento di riforma della II Parte della Costituzione ma non lo ha arrestato, tanto che all’indomani della consultazione popolare si è tornato a parlare di riforme. La necessità di apportare talune riforme alle disposizioni concernenti l’organizzazione della Repubblica era segnalata da ampi settori politici e della dottrina giuridica da più di vent’anni. Se, infatti, è vero che l’impianto costituzionale generale continua a mantenere un valore che è frutto della lungimiranza dei Padri costituenti, deve pur ammettersi che la parte concernente l’organizzazione della Repubblica mostra gli effetti del tempo, non rispondendo pienamente alle mutate esigenze del Paese. Bisogna individuare i principali due indirizzi su cui si ritiene debba intervenire una innovazione del dato costituzionale: il primo relativo all’organizzazione territoriale della Repubblica e il secondo concernente la forma di governo. Assetto degli Enti territoriali della Repubblica L’assetto degli enti territoriali nell’ordinamento repubblicano è andato per via di legislazione ordinaria, regolamentare e prassi, progressivamente modificandosi rispetto al modello originariamente concepito dai Costituenti. Come è noto una corposa riforma della II Parte della Legge fondamentale è stata operata dalla XIII leg.ra.

La novella del 2001 ha mostrato da subito i propri insuperabili limiti, derivanti da un fondamentale difetto di metodo: il legislatore della riforma, infatti, ha concepito un “federalismo” assai strano perché basato sulla sola devoluzione di competenze dallo Stato agli altri enti territoriali (artt. 117 e 118 Cost). Il Titolo V riformato soffre, appunto, dell’eccessiva fede posta nella ripartizione delle materie, cui consegue l’assenza di meccanismi di concertazione, clausole di flessibilità tali da poter consentire al livello superiore di governo di attirare “verso l’alto” la competenza per le questioni di interesse unitario; manca, inoltre, la riforma dell’assetto bicamerale, né v’è menzione delle sedi strutturali dei raccordi istituzionali. Tali lacune, denunciate in primis dalla Corte Costituzionale – che si è trovata a dovere svolgere un non richiesto né gradito ruolo di supplenza, del quale è stata onerata con una enorme mole di ricorsi per conflitto d’attribuzione e di legittimità in via d’azione – non hanno consentito il subentro di un modello pienamente federale al precedente modello di articolazione territoriale del potere.

Si ritiene, dunque, imprescindibile procedere ad una revisione relativamente agli aspetti sopra segnalati ed, in sintesi: a. Bicameralismo e sedi di raccordo; b. Competenze legislative e clausole di flessibilità; c. Corte costituzionale. 2. Forma di governo Sarebbe opportuna anche una riforma della forma di governo che, da una parte, consentisse l’elezione diretta del Primo Ministro e, dall’altra, gli riconoscesse una posizione sovraordinata rispetto agli altri Ministri. È necessario garantire stabilità all’Esecutivo e rispettare la sovrana volontà degli elettori. Pertanto occorrerebbe prevedere che, in caso di crisi dell’Esecutivo, si proceda contestualmente allo scioglimento delle Camere, al fine di evitare cambiamenti di maggioranza in corso di legislatura. In tal senso al Primo Ministro andrebbero attribuiti alcuni poteri volti a determinare il rafforzamento della sua figura: chiedere – per ottenere – al Presidente della Repubblica lo scioglimento della Camera dei Deputati; presentare ogni anno alla Camera dei Deputati il rapporto sull’attuazione del programma di legislatura e sullo stato del Paese; porre la questione di fiducia sulle proposte del Governo alla Camera dei Deputati; nomina e revoca dei Ministri; determinare la politica generale del Governo, della quale assume diretta responsabilità, e di dirigere l’attività dei Ministri.

 

Coesistenza pacifica

Siamo tutti consapevoli che negli ultimi decenni il ritmo degli eventi storico-politici e la vastità dei mutamenti socio-economici hanno subìto una accelerazione talmente violenta e tumultuosa da far sembrare incontrollabili ed incontrollate le tensioni planetarie. Gli analisti più esperti e i leader del mondo religioso, politico, finanziario e militare, appaiono incerti e confusi nelle risposte operative, e, quel che è peggio, si dimostrano incapaci di trovare soluzioni adeguate, efficaci e tempestive, all’evolversi delle crisi internazionali.

L’esaurimento degli effetti “stabilizzatori” del patto di Yalta dopo il crollo dell’Urss ed il successivo fallimento (o stagnazione) del progetto degli Usa per la realizzazione di un nuovo ordine mondiale; la potenza destabilizzatrice e le nuove tecniche di guerra dei diversi fondamentalismi; la debolezza desolante dei governi europei con la contemporanea ascesa di nuove forze continentali; la globalizzazione disumanizzata; lo sviluppo tecnologico sempre più diffuso e sofisticato; la rapidità e capillarità del sistema di informazione; la facilità e la velocità di spostamento territoriale di masse che equivalgono ad intere popolazioni sono le principali cause storiche e sociali che hanno provocato uno scenario internazionale in violenta e pericolosa ebollizione, aggravato da problemi mai così drammatici ed urgenti per la salute del pianeta.

Gli elementi costitutivi di una strategia realistica per intervenire nelle aree più calde come il Medio Oriente, con attività di cooperazione e di pianificazione, è attraverso progetti ed iniziative sulle tematiche dell’alfabetizzazione, dell’alimentazione, del recupero ambientale e della prevenzione sanitaria. Uno degli obiettivi di questa azione è quello di porre il Bacino del Mediterraneo al centro della strategia del dialogo per la coesistenza pacifica e per la cooperazione politica, culturale, economica e religiosa.